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Invito a teatro: la SLA

Invito a teatro: la SLA

Roberta – per gli amici Beba - vuole sapere che cosa si prova a vedere la personificazione della SLA su un palcoscenico. E con Lei una giovane Roberta – alter ego teatrale dell’autrice - che affronta la malattia, colpo su colpo. I colpi della SLA – la Stronza – e quelli della Speranza, rappresentata dai ricercatori e dai medici di NEMO e di AISLA.
Cosa si prova, allora?
Una forza inaspettata. E una commozione lacerante.
Questo hanno riposto con il loro applauso prolungato gli spettatori che hanno assistito alla prima de Invito a teatro: la SLA, scritta da Roberta Scappaticcio e messa in scena dalla compagnia amatoriale Le ali di Beba, domenica 26 giugno 2016 presso il Cineteatro Junior di Sarnico (BG). Una commedia che parla di SLA? Sì. Per dire che si può combattere la tragedia della malattia.

Da 13 anni Roberta vive – o meglio “convive” – con la Sclerosi Laterale Amiotrofica, il cui esordio è coinciso «nel momento più bello della mia vita. Quando stavo per dare la vita a chi sarà la mia vita per sempre», ossia il giorno del parto. «È apparsa all’improvviso» ci racconta Beba nella sua commedia «silenziosa, beffarda, bastarda… ‘sta Stronza. Era un combattimento senza sapere con chi combattevo e che mi sfiniva ogni giorno. Mi sentivo persa nello spazio dei ‘perché’, come un astronauta nell’universo senza gravità. Urlavo muta: Chi mi sa dire il perché di tutto questo?». I colpi della SLA, ogni giorno sempre più forti e pressanti, disorientano Beba e la sua famiglia, tolgono il sorriso, immobilizzano. Questa giovane mamma però decide di non arrendersi per suo figlio Simone «la mia forza, il mio coraggio, il mio amore per la vita». Non lo vuole lasciare, lo vuole vedere crescere.

Dopo un periodo buio in cui Beba si sente sola con la sua malattia, arriva l’incontro con NEMO a Milano «dove hanno capito da subito le mie pene e le mie emozioni. Mi hanno tenuto per mano, mi hanno salutata con il mio nome. In questo Centro ho capito che potevo vivere anche con la SLA. Anche se più che viverci, ci convivo. Eppure sono ancora qua».

Beba ha voluto rappresentare la SLA allacciata a lunghe catene con le quali «tiene le sue prede ancorate nell’oscurità». Ma per fortuna a un certo punto si fa strada una luce a lacerare il buio con la leggerezza di una Ninfa. È la Speranza. Quella della ricerca. Si muove sulla sua altalena floreale, spinta dall'amore di quanti credono in lei. «È l’amore che ci fa muovere per sconfiggere la SLA e vedere finalmente il giorno in cui la Stronza sentirà gridare di nuovo tutte quelle voci che ha fatto tacere».

E sul finale «contro la Bastarda che mi dice: Tu non vali niente. Nessuno ti ascolterà» ecco a sorpresa il grido di Beba: «Un grido per la Speranza, un grido per il coraggio, un grido per la vita. Un grido al cielo: io esisto e sono qui».